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Mantra
Molte persone hanno un Mantra.
Io ne ho tre ( in ordine di preferenza) : 1) Ham (inspirazione) So (espirazione) 2 ) Tutto è Uno – Uno è Tutto 3) Io sono Luce- Io sono Energia Vitale
Il primo mantra non ha certo bisogno di presentazioni.
Il secondo mantra è il messaggio che ho ricevuto durante la mia prima esperienza di vetta.
Il terzo mantra è quello che si vede e si percepisce durante tali esperienze.
Oggi vi parlo del secondo e cioè Tutto è Uno – Uno è Tutto
Tutto è Uno.
Vari elementi chimici formano le cellule del mio corpo,varie cellule formano i miei organi e tessuti, e tutti insieme formano il mio corpo fisico.
Poi c’è il corpo etereo, emozionale, mentale, astrale e spirituale.
Esistono poi fratelli, figli e altri che formano una famiglia.
Famiglie che insieme ad altre persone formano gruppi sempre più grandi, anche se almeno apparentemente i legami si fanno sempre più sottili ed invisibili:il quartiere, la città, la nazione, l’Umanità.
L’Umanità è una entità ed ha un suo cammino ed un destino che appartiene e coinvolge ogni singolo essere umano.
L’Umanità a sua volta fa parte di un’entità, un organismo vivente a cui appartengono tutte le piante, gli animali, i minerali,insomma tutta la Terra con i suoi fiumi, laghi, oceani, montagne, l’aria e tutta l’atmosfera.
Ogni elemento di questo organismo è strettamente legato ed in equilibrio con gli altri. A sua volta la Terra con la Luna il Sole e gli atri pianeti forma il Sistema Solare,che fa parte della Via Lattea, che insieme a milioni di altre galassie forma l’Universo.
Quello che percepisco da questa Visione è che Io sono tutt’uno con l’Universo come ogni cellula lo è col mio corpo.
Come raggiungere questa Unione? Non con la mente. Anzi la mente è l’ostacolo principale. Con la meditazione.
Dio non si incontra leggendo i testi sacri, ma facendone Esperienza.
Ed è un’esperienza che trascende i limiti della nostra mente,va oltre lo Spazio e il Tempo va oltre Noi stessi..o meglio: quello che crediamo sia il nostro Io.
Purtroppo questa Esperienza non può essere trasmessa né insegnata. Non esistono parole per spiegarla! Può solo essere vissuta.
Noi siamo parte del Tutto che si voglia o no, che se ne sia consapevoli o no. Quindi il Tutto è dentro di noi e non bisogna andare molto lontani per trovarlo.
Tutto è Uno – Uno è Tutto
Le esperienze di vetta sono tutte uguali? No!
Esistono stati e stadi di coscienza diversi.
Ci sono differenti stati di coscienza.
La maggior parte degli stati di coscienza e delle esperienze di vetta sono variazioni dei tre o quattro stati naturali di veglia, sogno, sonno profondo senza sogni e unità, essi sono stati spesso raggruppati in quelle quattro categorie generali e chiamati: stati grossolani (veglia), sottili (sogno), causali (senza forma) e stati non duali (unità).
Tra coloro che si occupano seriamente di queste ricerche una cosa è certa: il tipo di mondo che voi percepite dipende largamente dallo stato di coscienza in cui vi trovate.
Oltre agli stati di coscienza, ci sono gli stadi di coscienza.
Gli stati sono temporanei, gli stadi sono permanenti.
Potete trovarvi di fatto a qualsiasi stadio di coscienza e avere un’esperienza di vetta di qualsiasi stato di coscienza – e, altrettanto importante, interpreterete lo stato in accordo con lo stadio.
Abraham Maslow fu uno dei primi grandi ricercatori che si interessarono a questi stadi più elevati del potenziale umano e scoprì che oltre ai tipici, normali stadi posseduti dagli esseri umani – bisogni fisiologici, bisogni di sicurezza, bisogni di appartenenza, bisogni di autostima – ci sono stadi più elevati di autorealizzazione e di autotrascendenza. Chiamò questi ultimi being needs, in contrapposizione ai primi deficiency needs, perché i primi derivano dalla consapevolezza di una sovrabbondanza, i secondi da sentimenti di mancanza o insufficienza. Come tutti i veri stadi, essi emergono in un ordine che non può essere invertito, e ognuno si basa e include i precedenti.
Altri modi per definire questi stadi potrebbero essere: egocentrico – mi prendo cura solo di me stesso; etnocentrico – mi prendo cura della mia tribù, del mio paese, della mia nazione; mondocentrico – mi prendo cura di tutti gli esseri umani, senza distinzioni di razza, colore, sesso o credo; e kosmocentrico o integrale – nel quale integro il maschile e il femminile in me stesso e, aggiungerei io, estendo la cura a tutti gli esseri senzienti senza eccezione. Come per tutti gli stadi, il movimento da egocentrico a etnocentrico a mondocentrico a kosmocentrico è un movimento sequenziale di ampliamento della coscienza, della cura e dell’inclusione. Come per tutte le altre sequenze di stadi che abbiamo esaminato, la natura, in verità, costruisce oloni su oloni su oloni … una serie di totalità, coscienza, cura e inclusione, avvolgimento, abbraccio che si espande all’infinito.
Non è che si sia sempre a quello stadio, ma si ha sempre accesso a esso (ed è questo che lo rende uno stadio risvegliato e non solo uno stato risvegliato). E’ esattamente come con l’acquisizione del linguaggio o qualunque altra competenza inerente a uno stadio: una volta che avete imparato a parlare, significa che avete un accesso permanente a questa competenza, non che state sempre parlando.
Nelle più lontane possibilità della natura umana, nelle dimensioni dei bisogni di autotrascendenza, nei più profondi confini del loro vero Sé e del loro sempre presente “Io Sono”, le persone raccontano di sentirsi uno con il Fondamento dell’Essere, uno con lo Spirito, uno con l’infinito come un tratto permanente – uno stadio permanente di acquisizione di competenze.
Se consideriamo soltanto le concezioni che si basano sugli stadi, crediamo che si possa avere un’esperienza spirituale soltanto se ci si arrampica per tutta la piramide dei bisogni di Maslow fino allo stadio più alto, transpersonale e di autotrascendenza, e finalmente si ottiene il premio. Ma tutti noi conosciamo persone – includendo spesso noi stessi – che hanno avuto esperienze spirituali o esperienze di vetta e possono non aver raggiunto la cima della piramide della crescita!
Molti teorici conclusero che allora non ci sono stadi di sviluppo, e affermarono che esistono soltanto gli stati di coscienza e nient’altro. Ma si capì ben presto che gli stati da soli non potevano funzionare, perché questo implicava che, per essere spirituali, non fosse necessario altro se non avere qualche sconvolgente esperienza di risveglio. Ma i ricercatori scoprirono che in realtà qualsiasi persona può avere quelle esperienze di vetta o di risveglio, anche persone che si trovano allo stadio etnocentrico, e ciò che accade allora è che questo li rende ancora più etnocentrici. Non è una buona cosa.
Questa è stata, quindi, la principale scoperta, la relazione tra stadi e stati: più precisamente, potete avere una profonda esperienza di stato alterato di coscienza qualsiasi sia lo stadio in cui di fatto vi troviate. Per semplicità, utilizziamo i quattro stadi primari (egocentrico, etnocentrico, mondocentrico, kosmocentrico) e i quattro stati principali (grossolano, sottile, causale, non duale). Potete avere una di quelle esperienze di stato alterato in qualsiasi stadio di sviluppo vi troviate. Questo ci dà sedici tipi di possibili esperienze, e la ricerca ha trovato le prove che tutti di fatto esistono.
Per esempio, se siete allo stadio di sviluppo etnocentrico e avete un’esperienza di vetta di unità, cioè di essere uno con il tutto o uno con il fondamento dell’essere, potete interpretare questo come un’esperienza di unità con Gesù e concludere che nessuno può essere salvato a meno che accetti Gesù come il suo personale salvatore (da cui si evidenzia la natura “etnocentrica” dell’interpretazione – devi appartenere a questo gruppo per essere salvato). Ma se vi trovate a uno stadio egocentrico e avete quella stessa esperienza, potete credere che voi stessi siete Gesù Cristo. E se siete a uno stadio kosmocentrico o integrale e avete quell’esperienza di unità, probabilmente concluderete che voi e tutti gli esseri senzienti senza eccezione siete uno con lo spirito nel qui e ora senza tempo.
Un mantra cosmocentrico: Tutto è Uno – Uno è Tutto!
Che la Luce sia con Te!
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Start Slide Show with PicLens LitePost di Venerdi’ Santo sul Significato della Pasqua (secondo me!)
Quando penso alla Pasqua penso alla rinascita, alla vita, poi alla morte e poi di nuovo alla vita. Una nuova Vita.
La nascita di un bambino è la morte del neonato, la nascita dell’adolescente è la morte del bambino, la nascita di una farfalla è la morte di un bruco, la nascita di un cigno è la morte di un anatroccolo.
Osare vivere è osare morire a ogni istante, ma è ugualmente osare nascere, vale a dire superare le grandi tappe dell’esistenza in cui ciò che siamo stati muore per fare spazio ad altro, con una visione rinnovata del mondo, pur ammettendo che ci siano diversi stadi da superare prima dell’ultima tappa del completo risveglio.
Questo significa essere sempre più consapevoli che a ogni istante si nasce, si muore e si rinasce. Ma osare vivere significa anche semplicemente non avere più la paura di ciò che portiamo in noi stessi.
Abbiamo paura di vivere perché vivere significa assumersi il rischio di soffrire. Questa paura ha le sue radici nelle nostre esperienze passate perché più abbiamo vissuto più siamo stati infelici.
Bisogna aver chiaro che, per chi è impegnato nel cammino della saggezza e vuole poco a poco penetrare il mistero della sofferenza, è indispensabile assumersi il rischio di vivere e di soffrire.
‘La morte a se stessi’ è certamente un aspetto fondamentale del cammino spirituale. Non possiamo rimanere nel bozzolo e diventare farfalle alle stesso tempo. I bozzoli non mettono e non metteranno mai le ali: ma cominciamo dall’inizio. Se desideriamo raggiungere una spiritualità che non sia una caricatura, dobbiamo avere il coraggio di riconoscere tutta la forza vitale che esiste nel bambino.
La mancanza di energia vitale che attribuiamo all’avanzare dell’età derivi di fatto dalla repressione della forza vitale in noi, innanzi tutto da parte di chi ci educa, poi da parte dell’esistenza in generale, e infine da parte di noi stessi.
dall’idea che c’è una coscienza superiore luminosa e una coscienza inferiore oscura, infernale, la resistenza sarà tanto più grande e il malinteso quasi inevitabile.
Non possiamo raggiungere il regno dei cieli negando le forze naturali. Queste ci animano sin dall’infanzia e si manifestano sotto forma di pulsione sessuale nella pubertà, insieme con gli aspetti emotivi, l’entusiasmo, l’impegno politico, il sogno del grande amore, le nobili cause che infiammano gli adolescenti. Dobbiamo ritrovare una forza di vita in noi che non sia divisa e in lotta con se stessa.
Dobbiamo trovare un’energia unica infinita che si esprime attraverso tutte le morti, tutte le nascite, dal momento che ogni morte è l’altra faccia di una nascita, ogni nascita l’altra faccia di una morte.
Se non è più in conflitto con se stessa, questa energia può essere dominata, trasformata, raffinata e posta al servizio di una comprensione più alta. Può essere posta al servizio della giustizia in ogni situazione, della saggezza, della volontà di Dio, ma soltanto nella riunificazione, soltanto nell’audacia di vivere.
L’audacia di vivere significa non avere più paura di sé, rifare il cammino inverso, vale a dire sciogliere i nodi e sollevare i divieti che ci hanno condannato a questa paura di noi stessi e a una menzogna di una spiritualità disincarnata, fatta di negazioni.
C’è una riunificazione a partire dalla quale possono cominciare il dominio e il controllo. Dopo aver ritrovato il coraggio di riconoscere completamente ciò che è in voi, si tratta di avere il coraggio di gettarsi nell’esistenza, di assumersi i rischi, di accettare di ricevere i colpi dell’esistenza, sapendo già che si verrà esposti al gioco dei contrari.
Non esistono grandi destini spirituali che non implichino l’attraversamento di momenti terribili di sofferenza, di smarrimento, di prova.
Quando l’uomo è ridotto all’estremo bisogno, Dio ha infine la sua possibilità”.
Può darsi che abbiate ricordi di questo genere: nel momento in cui vi sembrava di aver toccato il fondo del tormento e di trovarvi in un vicolo cieco, qualcosa ha ceduto dentro di voi e una pace inimmaginabile, incredibile vi ha improvvisamente inondato nonostante la situazione non fosse cambiata.
La meta, la beatitudine, la libertà, implica la scomparsa della sofferenze e uno stato di amore universale e immutabile. Ma il cammino passa per la sofferenza. E’ un discepolo chi non ha più paura della sofferenza e non teme più di mettersi in situazioni che potrebbero farlo soffrire.
Un vero discepolo accetta di soffrire.
Avere paura della forza della vita, dello slancio vitale, anche se quello slancio vitale ci ha messo in difficoltà quando eravamo bambini o adolescenti, rappresenta un sacrilegio. E’ un atto blasfemo, è il rifiuto di Dio stesso. Che lo vogliamo o no, Dio si esprime attraverso questo mondo così com’è.
Di solito voi non avete esperienza in voi e fuori di voi che di ‘coppie di opposti’ tipo buono-cattivo. Sino a quando rimarrete prigionieri del mondo della dualità, sarete asserviti al desiderio del loro aspetto felice e alla paura del loro aspetto doloroso.
E’ necessario elevarsi su un altro piano. E per trovare l’Ultimo, il riposo nella Luce, il cammino consiste nella scoperta dell’energia nella sua forma non ancora divisa in polarità contrarie e non ancora specializzate.
Avvertiamo nella meditazione in primo luogo un’impressione di forza, di potenza, di vitalità non conflittuale, prima di ogni divisione in positivo-negativo, creazione-distruzione, e in tutti i contrari.
Ma sul cammino della saggezza dovete osare vivere, è certo. E’ inutile aspirare alla liberazione suprema, all’infinito, a tutte le grandi realtà spirituali di cui sentite parlare, se non si osa giocare al duro gioco della vita, esporsi, prendere dei rischi.
Avete paura e sperate che la spiritualità vi aiuti a fuggire l’esistenza con qualche bella giustificazione.
Questi rischi che così spesso vi assumete inconsciamente, assumeteli consciamente.
Tutto è pericoloso ma non si può vivere pienamente senza correre alcun pericolo. Non si può vivere la saggezza se si rifiuta di vivere.
Se avete il coraggio di non reprimervi, di non mentire più a voi stessi, se nella meditazione volete cercare la potenza della vita e non soltanto il silenzio, la parola ‘dignità’ assumerà molto velocemente un significato.
Quello che tra qualche anno non sarà degno di voi, potrebbe esserlo oggi.
“Sii fedele a te stesso così come sei qui e ora”, con la speranza che tra qualche anno non sarete più quello che siete oggi. E ciò che oggi vi è impossibile vi sarà possibile domani.
Ma a questa nuova libertà non potrete avere accesso se ci sono in voi elementi di negazione e di rifiuto, se c’è paura della meravigliosa potenza vitale che vi anima.
Dovete riconciliare il manifestato e il non manifestato, lo statico e il dinamico, il maschile e il femminile, l’attivo e il passivo. La verità si vive interiormente come un’esperienza, come una realtà.
Quando scoprirete in voi la potenza dell’energia della vita non ancora contraddittoria, il mondo degli opposti acquisterà un nuovo significato. Improvvisamente vedrete più in profondità del gioco degli opposti, improvvisamente comincerete a intravedere dietro l’apparenza, l’essenza, la profondità dietro la superficie.
Più si vive meno si pensa, più si pensa meno si vive. E coloro che sono assillati dalle fantasie della mente, tagliati fuori dalla realtà, possono intendere anche questo messaggio: l’importante non è pensare, l’importante è sentire.
Avere paura di “sentire” significa credere che la Creazione sia cattiva, che soprattutto non si deve giocare al gioco della natura. Ma non potete scoprire il segreto ultimo se non partecipate al gioco cosmico sotteso e animato da Dio stesso.
Aprirsi significa aprirsi senza imbrogliare. Non potete chiudere tutte le porte, esteriori e interiori, e aprirvi alla grazia di Dio. La grazia di Dio può arrivare a voi solo attraverso le prove più crudeli, il tradimento di quelli in cui avevate fiducia, il rifiuto, tutto ciò che una volte ci era parso terribile.
La meditazione non consiste soltanto nel cercare il vuoto e il silenzio del non-manifestato. Significa anche cercare la non-dualità, l’assenza di conflitto nel sentimento di esistere. Così diveniamo esseri umani integrali e possiamo crescere, realizzarci, dispiegarci. Possiamo sentire la forza vitale salire in noi nella sua pienezza.
Non potete amare se non amate voi stessi. Non potete amare voi stessi se avete paura di voi stessi. Non potete evitare la paura di voi stessi se fuggite di fronte a voi stessi.
Non abbiate paura. La forza della vita in noi, è soltanto rassicurante se la scopriamo alla sua sorgente.
Se trovate la via, se osate vivere, se osate aprirvi, vedrete quanto ciò che oggi domina la vostra esistenza, le paure, le sofferenze, i drammi, gli attaccamenti, le emozioni, i pensieri che vi buttano giù, quanto questa schiavitù comincerà a sciogliere i suoi lacci.
Non si ha paura di morire, si ha paura di vivere.
Ogni istante, decidete di morire o di vivere.
Scegliete di vivere.
“Che la Luce sia con tutti Voi!!!”
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Start Slide Show with PicLens LiteLa Luce nelle Grandi Religioni
La Luce è divenuta caratteristica della divinità il cui nome deriva dall’indoeuropeo deiwo (la cui radice dei + ha il significato di “brillare”, “emettere una luce”).
L’esperienza della Luce porta alla contemplazione che genera a sua volta nuova Luce e una nuova più chiara visione dell’universo.
Il cammino dell’uomo alla eterna ricerca della Luce è testimoniato dall’antropologia culturale.
Esistono tracce storiche dell’esperienza della Luce nell’antico Egitto, nell’Anatolia, in Grecia e a Bisanzio.
Particolarmente interessante l’articolo di Christian Cannuyer riguardo L’illuminazione del defunto come ierofania della sua divinizzazione nell’antico Egitto .
Secondo l’autore al cuore della religione faraonica vi è una certezza: «l’uomo è fatto per la Luce del cielo».
L’Egiziano dei tempi faraonici sperava nell’immortalità sentita come accesso alla divinità, come trasformazione radicale in essere di Luce potente ( akhu ).
Lo scenario in India è quello di un combattimento che Indra, il dio guerriero della Luce, ingaggia contro le forze oscure del disordine, del caos e della morte impersonate dal mostro, serpente o caverna. È necessario che sia vinto il potere di «colui che avvolge» e «che blocca» (Vrtra) perché le acque possano liberamente irrigare il mondo, manifestare la luce e generare la vita: è questo il preludio alla messa in ordine di un mondo armonioso e luminoso che troverà la sua espressione nel corso regolare del tempo scandito dalle aurore quotidiane.
La luce e il sole si trovano al centro di numerosi riti brahmanici, come i «riti perfettivi» ( isamskara ). L’invocazione vedica al sole ( savitri ), trasmessa dal maestro al discepolo, è particolarmente importante nel processo di iniziazione e si può dire contenga l’essenza dei Veda : «Su questo desiderabile splendore di Savitar, su questo splendore del dio, meditando: possa egli stimolare i nostri pensieri».
Nelle Upanishad dove il rituale vedico diviene supporto simbolico di un procedimento tutto interiore, la Luce diviene simbolo della conoscenza liberatrice, garanzia della vera e propria immortalità, mentre l’oscurità è simbolo dell’ignoranza e dell’illusione che rende prigionieri.
Alla meta finale del cammino l’iniziato perverrà al di là del giorno e della notte, diverrà egli stesso Luce, fonte di ogni visione e non farà più distinzione tra il soggetto che vede, l’oggetto della visione e l’atto del vedere così che dirà: «Io sono colui che vede tutto e che non ha gli occhi».
Il popolo di Israele, popolo dell’Alleanza, non si prostra davanti alla luce del sole, della luna e delle stelle, ma davanti al creatore di ogni Luce, a colui che guida l’uomo, illumina i suoi occhi e lo conduce verso la gioia di un giorno luminoso.
Isaia annuncia che il popolo che camminava nelle tenebre vedrà un giorno una grande Luce: il Dio vivente illuminerà i suoi fedeli e il suo servo sarà Luce delle nazioni.
Giovanni riprende questa dinamica archetipica nelle sue dimensioni cosmiche, antropologiche ed escatologiche attraverso metafore spaziali (salire/scendere, etc .), temporali (passato/futuro; tempo fisico/tempo umano, etc .) arricchite dal simbolismo dei colori. Ma soprattutto sviluppa il tema della mediazione tra questi opposti: essa si attua nell’Agnello sacrificato, in cui l’animalità si trasforma in Luce e che dunque in se stesso sintetizza la morte e la vita, le tenebre e la Luce e tutti i volti del Dio.
Nell’ Apocalisse Giovanni parla della realizzazione della vittoria della Luce in un al di là e in un non-luogo: questa vittoria rappresenta il riassorbimento totale del conflitto che oppone le tenebre alla Luce, in quanto «non ci sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole perché il Signore Dio li illuminerà (i servi) e regneranno nei secoli dei secoli» ( Ap 22, 5).
Il Simbolismo della Luce e illuminazione gnostica nei testi manichei copti di Julien Ries ci porta al cuore del mistero centrale della fede manichea e della soteriologia gnostica: al regno della Luce e alla sua dinamica di liberazione dell’anima prigioniera della materia tenebrosa, attraverso l’illuminazione che consente la conoscenza trascendente dei misteri divini.
Il Noûs -Luce, inviato dal paradiso delle Luci e messaggero della gnosi celeste entra nell’uomo per illuminare il Noûs , la parte divina dell’anima e risvegliare la psyche immersa nell’oblio. Grazie all’opera del Noûs -Luce l’eletto sente il richiamo delle sue origini divine: l’uomo vecchio si trasforma per divenire il puro gnostico che segue ad ogni istante la via della ricerca della salvezza e del ritorno alla Luce del regno del Padre.
Anche nel linguaggio dei mistici musulmani è dominante il simbolismo della Luce.
Samir Arbache affronta il tema della conoscenza come teofania in Ibn ‘Arabi.
Attraverso un commento di alcuni passi della sua opera maggiore, Al-Futuhat al-Makkiyya ( Le illuminazioni della Mecca ) ci mostra come il tema della Luce sia concettualizzato per esprimere i rapporti tra l’Unico e il molteplice, tra il mondo dell’essere e quello della testimonianza.
Che la Luce sia con Te!
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