La Luce nelle Grandi Religioni
La Luce è divenuta caratteristica della divinità il cui nome deriva dall’indoeuropeo deiwo (la cui radice dei + ha il significato di “brillare”, “emettere una luce”).
L’esperienza della Luce porta alla contemplazione che genera a sua volta nuova Luce e una nuova più chiara visione dell’universo.
Il cammino dell’uomo alla eterna ricerca della Luce è testimoniato dall’antropologia culturale.
Esistono tracce storiche dell’esperienza della Luce nell’antico Egitto, nell’Anatolia, in Grecia e a Bisanzio.
Particolarmente interessante l’articolo di Christian Cannuyer riguardo L’illuminazione del defunto come ierofania della sua divinizzazione nell’antico Egitto .
Secondo l’autore al cuore della religione faraonica vi è una certezza: «l’uomo è fatto per la Luce del cielo».
L’Egiziano dei tempi faraonici sperava nell’immortalità sentita come accesso alla divinità, come trasformazione radicale in essere di Luce potente ( akhu ).
Lo scenario in India è quello di un combattimento che Indra, il dio guerriero della Luce, ingaggia contro le forze oscure del disordine, del caos e della morte impersonate dal mostro, serpente o caverna. È necessario che sia vinto il potere di «colui che avvolge» e «che blocca» (Vrtra) perché le acque possano liberamente irrigare il mondo, manifestare la luce e generare la vita: è questo il preludio alla messa in ordine di un mondo armonioso e luminoso che troverà la sua espressione nel corso regolare del tempo scandito dalle aurore quotidiane.
La luce e il sole si trovano al centro di numerosi riti brahmanici, come i «riti perfettivi» ( isamskara ). L’invocazione vedica al sole ( savitri ), trasmessa dal maestro al discepolo, è particolarmente importante nel processo di iniziazione e si può dire contenga l’essenza dei Veda : «Su questo desiderabile splendore di Savitar, su questo splendore del dio, meditando: possa egli stimolare i nostri pensieri».
Nelle Upanishad dove il rituale vedico diviene supporto simbolico di un procedimento tutto interiore, la Luce diviene simbolo della conoscenza liberatrice, garanzia della vera e propria immortalità, mentre l’oscurità è simbolo dell’ignoranza e dell’illusione che rende prigionieri.
Alla meta finale del cammino l’iniziato perverrà al di là del giorno e della notte, diverrà egli stesso Luce, fonte di ogni visione e non farà più distinzione tra il soggetto che vede, l’oggetto della visione e l’atto del vedere così che dirà: «Io sono colui che vede tutto e che non ha gli occhi».
Il popolo di Israele, popolo dell’Alleanza, non si prostra davanti alla luce del sole, della luna e delle stelle, ma davanti al creatore di ogni Luce, a colui che guida l’uomo, illumina i suoi occhi e lo conduce verso la gioia di un giorno luminoso.
Isaia annuncia che il popolo che camminava nelle tenebre vedrà un giorno una grande Luce: il Dio vivente illuminerà i suoi fedeli e il suo servo sarà Luce delle nazioni.
Giovanni riprende questa dinamica archetipica nelle sue dimensioni cosmiche, antropologiche ed escatologiche attraverso metafore spaziali (salire/scendere, etc .), temporali (passato/futuro; tempo fisico/tempo umano, etc .) arricchite dal simbolismo dei colori. Ma soprattutto sviluppa il tema della mediazione tra questi opposti: essa si attua nell’Agnello sacrificato, in cui l’animalità si trasforma in Luce e che dunque in se stesso sintetizza la morte e la vita, le tenebre e la Luce e tutti i volti del Dio.
Nell’ Apocalisse Giovanni parla della realizzazione della vittoria della Luce in un al di là e in un non-luogo: questa vittoria rappresenta il riassorbimento totale del conflitto che oppone le tenebre alla Luce, in quanto «non ci sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole perché il Signore Dio li illuminerà (i servi) e regneranno nei secoli dei secoli» ( Ap 22, 5).
Il Simbolismo della Luce e illuminazione gnostica nei testi manichei copti di Julien Ries ci porta al cuore del mistero centrale della fede manichea e della soteriologia gnostica: al regno della Luce e alla sua dinamica di liberazione dell’anima prigioniera della materia tenebrosa, attraverso l’illuminazione che consente la conoscenza trascendente dei misteri divini.
Il Noûs -Luce, inviato dal paradiso delle Luci e messaggero della gnosi celeste entra nell’uomo per illuminare il Noûs , la parte divina dell’anima e risvegliare la psyche immersa nell’oblio. Grazie all’opera del Noûs -Luce l’eletto sente il richiamo delle sue origini divine: l’uomo vecchio si trasforma per divenire il puro gnostico che segue ad ogni istante la via della ricerca della salvezza e del ritorno alla Luce del regno del Padre.
Anche nel linguaggio dei mistici musulmani è dominante il simbolismo della Luce.
Samir Arbache affronta il tema della conoscenza come teofania in Ibn ‘Arabi.
Attraverso un commento di alcuni passi della sua opera maggiore, Al-Futuhat al-Makkiyya ( Le illuminazioni della Mecca ) ci mostra come il tema della Luce sia concettualizzato per esprimere i rapporti tra l’Unico e il molteplice, tra il mondo dell’essere e quello della testimonianza.
Che la Luce sia con Te!
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