Le Visioni di uno scienziato affermato: Swedenborg (seconda parte)
EMANUEL SWEDENBORG (1688-1772)
LA TRASFORMAZIONE DI UNO SCIENZIATO
Nel 1744, a 56 anni, le accademie gli aprono le porte: è ormai un uomo arrivato, la sua compagnia è ricercata ovunque si rechi, le riviste scientifiche fanno a gara per presentare i suoi libri e i suoi studi.
Ma proprio quando, dopo tanto lavoro, ha raggiunto tutto questo, inizia una nuova fase nella sua vita di uomo e ricercatore. Da scienziato Swedenborg divenne un mistico, uno cioè che fa esperienza diretta di Dio senza bisogno di intermediari.
Nel suo “Diario dei Sogni” viene descritto, tra gli altri, il sogno che fece tra il 25 e il 26 marzo 1744, in cui vide se stesso prendere una chiave con la quale riusciva ad aprire una porta chiusa. Erano spesso i sogni che lo aiutavano nel suo lavoro scientifico, esprimevano le sue intuizioni, gli trasmettevano messaggi fondamentali per la sua evoluzione.
Oltre ai sogni, in questo primo periodo della sua crisi mistica ci sono le visioni della Luce: è una sorta di illuminazione interiore, abbinata a visioni di luci o fiamme.
Tali visioni lo accompagneranno anche in seguito e saranno sempre per lui un segno della conferma divina delle sue intuizioni. Si rende conto che sogni e visioni gli trasmettono una conoscenza superiore e comincia a tendere esclusivamente ad essa.
Si dedica alla meditazione e riprende a praticare la «respirazione spirituale» che da bambino usava intuitivamente e gli consentiva di rendere più intensa la preghiera.
Le visioni della Luce diventano sempre piu’ frequenti e lo coinvolgono sempre più, lo convincono che in lui si sta operando una metamorfosi destinata a renderlo degno di accogliere rivelazioni superiori.
Alla respirazione Swedenborg attribuì sempre molta importanza e in Arcana Coelestia espresse la sua dottrina della doppia respirazione: ogni uomo ha una respirazione esteriore e una interiore.
La prima è del mondo, la seconda del cielo. Quando l’uomo muore, la respirazione esteriore cessa,
mentre quella interiore, che durante la vita terrena è rimasta silenziosa e non percepibile, continua.
Come testimonia il Diario, il 1744 trascorre in una “continua disputa” tra lo scienziato ed il mistico che erano presenti in lui. Swedenborg prega, si interroga, attende, studia la Bibbia.
Nel 1745, mentre è a Londra, grazie a un’altra visione supera definitivamente la crisi.
E’ la metà di aprile, è passato un anno esatto dalla prima visione. In quest’anno Swedenborg ha pubblicato il terzo volume del Regnum Animale e i due volumi di Della saggezza e dell’amore di Dio.
Nel 1747 pubblica Arcana Coelestia, dedicata appunto a questo fine.
Nello stesso anno dà le dimissioni dal Reale Collegio delle Miniere, giustificandole con altri compiti che non definisce.
Le dimissioni vengono accettate con rammarico, ma il mutamento di Swedenborg, nonostante
la sua riservatezza, non passa inosservato. Del resto lui sa bene quello a cui va incontro: il destino di tutti i profeti e i visionari è stato sempre quello di essere presi per pazzi. E l’epoca in cui egli dava inizio alla sua attività non era certo la più adatta ad accettarla: siamo infatti in pieno Illuminismo, in piena età dei lumi, in pieno empirismo e materialismo.
Swedenborg sa bene che lo prenderanno per pazzo, ma non può fare a meno di fare quello che fa. E’ interessante a questo proposito riportare le parole che egli disse al conte di Höpken, rappresentante tedesco alla corte svedese, il quale gli aveva chiesto come mai avesse pubblicato i suoi scritti visionari che per tanti non erano altro che menzogne e illusioni: «Ho ordine dal Signore di scriverli e pubblicarli. Non creda che senza questo espresso ordine mi sarebbe mai venuto in mente di far cose di cui so in anticipo che saranno prese per menzogne e mi renderanno ridicolo agli occhi di molti. Così facendo però ho la soddisfazione di aver ubbidito all’ordine del mio Dio…».
Per uno scienziato del suo rango, il rischio di esser ritenuto pazzo e ridicolizzato è quanto di peggio possa accadere: tuttavia lui l’accetta, e non si può negare che questo sia un segno di grande umiltà e una prova dell’autenticità della sua missione.
Il «caso Swedenborg» fece epoca anche tra i teologi; pochi anni prima di morire il veggente fu addirittura accusato di eresia da certi parroci che non riuscivano ad accettare la realtà
del suo contatto con l’altra dimensione.
Queste sue visioni, che gli lasciarono sempre una personalità integra e serena e che egli espose così bene nei suoi scritti, non sono certo indice di disturbo mentale o psicopatologico. Una prova ulteriore del valore è rappresentata dall’influsso che esse esercitarono sulla letteratura nordica e anglosassone, specie quella romantica, e su personalità quali Goethe, Balzac, Strindberg e C.G. Jung.
ALCUNE PROVE DOCUMENTATE DEI POTERI CHE LA LUCE GLI TRASMETTEVA
Nel settembre 1771 raggiunse Londra. Qui, come era sua consuetudine, prese alloggio presso una
famiglia e continuò a lavorare ai suoi libri. In dicembre lo colse una paralisi,che lo lasciò per tre settimane in stato di incoscienza e gli tolse la parola.
Nel corso dei mesi successivi, tuttavia, Swedenborg si riprese e ricominciò a parlare. Fu durante questo periodo che avvenne l’episodio di John Wesley, ministro della chiesa anglicana, al quale Swedenborg preannunciò che la sua morte sarebbe avvenuta il 29 marzo 1772.
Swedenborg aveva allora 84 anni; la malattia durò qualche mese, ma egli rimase lucido fino alla fine. Durante quel periodo, il noto pastore metodista John Wesley ricevette con sua grande sorpresa una lettera di Swedenborg che diceva: «Signore, sono stato informato nel mondo degli spiriti che lei desidera avere una conversazione con me».
La sorpresa di Wesley derivava dal fatto che, sebbene la cosa rispondesse a verità, lui non aveva mai manifestato a nessuno il suo grande interesse per Swedenborg.
Rispose allora che stava per partire per l’America, ma che al suo ritorno in aprile sarebbe stato felice di
incontrare il veggente. Al che Swedenborg rispose che non sarebbe stato possibile perché il 29 marzo lui avrebbe lasciato la vita terrena. Il che puntualmente avvenne.
A un visitatore che gli chiedeva se ciò che aveva scritto fosse vero, Swedenborg, pochi giorni prima di morire, disse: «Così come voi vedete veramente me davanti ai vostri occhi, altrettanto vero è ciò che ho scritto. E avrei potuto dire di più se mi fosse stato permesso. Quando entrerete nell’eternità, vedrete ogni cosa personalmente, e allora voi ed io avremo molte cose su cui discutere».
Tra i suoi contemporanei ci fu senza dubbio chi lo considerò un allucinato,
però è certo che quando le sue comunicazioni soprannaturali potevano essere controllate risultavano infallibilmente esatte.
Swedenborg affermava di poter parlare con spiriti di trapassati che gli apparivano regolarmente. La biografia del veggente scritta da Christian Cuno, industriale svedese che per tutta la vita fu suo intimo amico, contiene una casistica molto interessante che riportiamo.
In Svezia si era per esempio sparsa la voce che il re del Portogallo avesse fatto mettere a morte il vescovo di Coimbra: Swedenborg però affermò di aver parlato col Papa, morto da pochi giorni, e di aver saputo che la notizia non era vera. Si seppe poi che le cose stavano proprio come Swedenborg aveva affermato.
Un’altra volta, nel 1762, Swedenborg si trovava ad Amsterdam tra molte persone, quando cambiò improvvisamente espressione e rimase a lungo assorto in qualcosa che doveva evidentemente essere terribile. Quando si riprese, gli fu chiesto cosa fosse successo, e lui dopo qualche attimo di esitazione rispose: «Lo zar Pietro III è stato strangolato in questo momento in prigione». La notizia fu in seguito confermata dai giornali: il fatto era avvenuto nello stesso giorno e nella stessa ora in cui il veggente aveva avuto la sua visione.
Altri tre fatti di grande rilievo sono narrati nel famoso Sogni di un visionario, l’opera che Emmanuel Kant dedicò a Swedenborg e che fu pubblicata nel 1766.
Il primo racconto è dato dalla versione data da Kant stesso a Charlotte Knobloch il 10 agosto 1768: il documento è importante anche perché successivo solo di pochi anni ai fatti.
«Il fatto seguente mi sembra possedere una straordinaria forza dimostrativa, in grado di eliminare ogni dubbio. Era il 1756 quando Swedenborg, negli ultimi giorni di settembre, un sabato verso le quattro del
pomeriggio, raggiunse Gothenborg. Qui William Castel l’invitò a far parte di un gruppo di amici che aveva riunito a casa sua. Alle sei di sera Swedenborg, che era uscito in giardino, rientrò in sala pallido e agitato e disse che in quel momento era scoppiato un incendio a Stoccolma, nel Südermalm, e che il fuoco si stava diffondendo con violenza in direzione della sua casa. Era turbato e agitato oltre misura e uscì più volte. Disse che la casa di un suo amico, di cui fece il nome, era ridotta in cenere e che la sua stessa casa correva un grande pericolo. Alle otto, dopo essere uscito di nuovo, esclamò con gioia:
«Grazie a Dio, l’incendio si è fermato tre porte prima della mia!».
Questa notizia sorprese enormemente il gruppo di amici e anche la città, dove la notizia si diffuse rapidamente. La sera stessa ne fu informato il governatore, il quale la mattina dopo chiamò Swedenborg e l’interrogò in proposito. Il veggente gli descrisse dettagliatamente l’incendio, il suo inizio, la sua durata, la sua fine. La notizia si diffuse lo stesso giorno in tutta la città, tanto più che
il governatore stesso se ne era informato, e un gran numero di persone era in pena per i propri beni e quelli dei loro amici.
Swedenborg veniva dall’Inghilterra. Gothenborg si trova sulla costa Occidentale della penisola scandinava, mentre Stoccolma è su quella orientale. La distanza tra le due città è di oltre 400 km in linea d’aria. La sera del lunedì arrivò a Gothenborg una staffetta che i commercianti di Stoccolma avevano inviato durante l’incendio. Nella lettera che portava, lacatastrofe era descritta in ogni dettaglio esattamente come Swedenborg l’aveva preannunciata. La mattina del martedì il governatore ricevette un corriere reale con una relazione dell’incendio e delle sue conseguenze, delle perdite che aveva causato e delle case che aveva distrutto, senza che si potesse notare la minima differenza tra queste indicazioni e quelle fornite da Swedenborg. In effetti l’incendio era stato domato alle otto.
Il secondo fatto riferito da Kant riguarda il ritrovamento di una ricevuta razie a una visione di Swedenborg: anche per questo caso il grande filosofo si era ben documentato sul luogo presso i diretti interessati: «La signora Marteville, vedova dell’inviato olandese a Stoccolma, venne un po’ di tempo dopo la morte di suo marito richiesta dall’orefice Croon del pagamento del servizio d’argento che quegli si era fatto fare presso di lui. La vedova era convinta che suo marito era un uomo troppo preciso ed ordinato per non aver pagato questo debito, ma non poteva produrre alcuna quietanza. In questo frangente assai grave, perché il valore era considerevole, mandò a chiamare il signor Swedenborg.
Dopo alcuni convenevoli gli disse che se egli aveva, come tutti asserivano, la facoltà straordinaria di parlare con le anime dei morti, doveva avere la bontà di informarsi presso suo marito circa la
richiesta per il servizio d’argento. Swedenborg non mise difficoltà ad accogliere la sua preghiera.
Tre giorni dopo la predetta signora aveva presso di sé un certo numero di invitati a prendere il caffè. Venne il signor di Swedenborg e le diede col suo modo freddo notizia di aver parlato col marito:
il debito era stato pagato sette mesi prima della sua morte e la quietanza era in un mobile che si trovava al piano superiore. La signora rispose che questo mobile era stato completamente vuotato e che fra tutte le carte non s’era trovata la quietanza. Swedenborg disse che suo marito gli aveva mostrato come, togliendo un cassetto al lato sinistro, veniva in luce una tavola, spingendo via la quale si trovava una cassetta dove era contenuta la sua corrispondenza olandese e dove si sarebbe trovata anche la quietanza. Dietro queste indicazioni la signora si recò con tutta la compagnia al piano
superiore; si aprì il mobile, si procedette secondo l’istruzione e si trovò la cassetta, di cui si ignorava l’esistenza, con dentro tutte le carte indicate, in mezzo alla più grande meraviglia di quelli che erano presenti…».
Il terzo fatto: La regina Luisa Ulrica di Svezia, sorella di Federico II il Grande, ricevette Swedenborg a
corte. La regina accolse il veggente con grande cortesia e lo pregò di una commissione presso suo fratello, il principe Guglielmo di Prussia, morto tre anni prima. Swedenborg rispose che accettava ben volentieri. Allora la regina, alla presenza del re e di Scheffer, espose al veggente la sua richiesta.
Swedenborg promise di esaudirla. Qualche tempo dopo Swedenborg tornò a corte e comunicò alla regina il risultato della commissione: lei ne rimase così stupita che svenne. Tornata in sé, disse queste sole parole: «E’ una cosa che nessun mortale avrebbe potuto dirmi!».
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